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Namibia, 4 ruote motrici e un binocolo

Namibia, 4 ruote motrici e un binocolo

Data del viaggio: Agosto 2018
Pubblicato il 22/01/2019
Località: Africa, Namibia

I preparativi per questo viaggio si sono dilungati parecchio, ma solo l’ultima voce della lista ha creato problemi:

  • acquisto dei voli: l’opzione migliore per gli europei è probabilmente sfruttare il collegamento Francoforte-Windhoek operato da Air Namibia e Condor, ma si può valutare un’alternativa con scalo a Johannesburg;
  • noleggio di un’auto: la nostra scelta è caduta sulla compagnia Avis che sembrava dare buone garanzie in fatto di stato dei mezzi ad un prezzo molto competitivo;
  • ottenimento della patente internazionale presso la motorizzazione (le solite noie burocratiche nostrane);
  • pianificazione dell’itinerario sfruttando un paio di guide, Google Maps e la “letteratura” su internet;
  • acquisto di un binocolo: lo strumento sarà importante, non siate taccagni…
  • prenotazione delle strutture per il pernottamento: i miei consueti compagni di viaggio Anna e Andrea hanno scelto di far soffrire i loro portafogli dormendo in lodge di qualità medio-alta, mentre io avrei optato per il campeggio e probabilmente, pur non avendolo provato, col senno di poi, lo consiglierei.

Credo che il campeggio avrebbe regalato sensazioni ed emozioni più adeguate al continente africano, oltre a risparmiarci una difficile e sconfortante prenotazione fai-da-te di strutture alberghiere. Non ci è voluto infatti molto tempo per capire che in Namibia i lodge in cui dormire sono pochi in rapporto alla bellezza dei luoghi e che i tour operator dominano la scena del turismo bloccando con enorme anticipo le stanze, soprattutto nelle zone in cui ci sono meno opportunità di pernottamento. Già a gennaio non c’era verso di prenotare due camere all’interno del Parco Etosha o nel Damaraland e siamo dovuti scendere a compromessi: una situazione alquanto antipatica ma che, tutto sommato, non ha pregiudicato la riuscita del viaggio. Booking.com si è rivelato utile in alcuni casi ma il potere di tale piattaforma in Namibia è parso molto minore rispetto ad altri paesi e questo ha contribuito a rendere più laboriose le prenotazioni.

Guidare un 4x4 può far sentire più sicuri nell'affrontare strade in luoghi remoti

La scelta dell’auto a noleggio riveste un ruolo importante: è vero che non è indispensabile un fuoristrada per raggiungere le più importanti attrazioni turistiche, ma una vettura alta, robusta, con quattro grandi ruote motrici mi ha fatto sentire davvero a mio agio e mi ha consentito di viaggiare veloce sulle tante strade sterrate, specialmente quando le condizioni di queste non erano ottimali. Si tratta di un viaggio on-the-road e in Namibia l’auto è davvero protagonista: ci si passano tante ore dentro quindi scegliendo un mezzo affidabile, spazioso e confortevole difficilmente si sbaglia. Se vi ho convinti che è giusto scegliere un fuoristrada sarà facile scegliere quale, perché il Toyota Hilux di colore bianco domina incontrastato la scena. In giro incontrerete praticamente solo quello con varianti più o meno avventurose di allestimento. Un solo grande difetto: nel cassone, nonostante la copertura, i bagagli si sporcano di polvere e sabbia.

Keetmanshoop e il Fish River Canyon

Una volta scesi stanchi ed assonnati dal solito “comodo” volo notturno abbiamo sbrigato rapidamente le formalità doganali e cambiato un po’ di euro in dollari namibiani (sigla NAD o N$).
Ci siamo quindi diretti in taxi verso l’agenzia Avis di Windhoek perché all'agenzia dell'aeroporto non consegnano i fuoristrada.
La cosa è un po’ scomoda, ma il tragitto di 40 minuti ci ha dato modo di ricevere qualche consiglio dal tassista sulla guida nel suo paese. Al contrario di quello che si potrebbe pensare su una nazione africana, pare che il principale pericolo per i turisti in Namibia non sia la criminalità ma l’incidente stradale. Rarissime sono le collisioni tra veicoli, mentre l’incidente mortale tipico è il ribaltamento del veicolo dovuto a sbandamento sulle strade sterrate.
Quando realizzi che le strade sono quasi tutte dei rettilinei nel deserto viene davvero difficile credere che si possa sbandare, ma guidando mi son reso conto che il pericolo esiste ed è dovuto alla forma convessa della sezione stradale che tende a spingerti verso l’esterno e alle "tòle ondulée". Queste ondulazioni trasversali che si creano su un manto stradale sterrato consumato vanno prese ad una certa velocità (per una questione di confort davvero non si possono affrontare a meno di 50km/h) e galleggiandoci sopra una jeep da 2/3 tonnellate può facilmente diventare una saponetta impazzita ed incontrollabile.
L’esperienza pregressa sulla moto da enduro mi ha forse aiutato a prendere confidenza rapidamente con lo sterrato namibiano; considerando però anche la presenza di animali selvatici consiglio davvero di essere prudenti alla guida.

La nostra prima destinazione era la cittadina di Keetmanshoop che dista circa 500 Km dalla capitale ed è raggiungibile percorrendo verso sud la strada B1, l’arteria principale della nazione che “vanta” una carreggiata asfaltata con una sola stretta corsia per ogni senso di marcia.
Il buon asfalto, il limite di velocità di 120 Km/h e il traffico irrisorio consentono di viaggiare con un ritmo da autostrada nostrana (stando attenti a non investire pangolini o babbuini).
Non ci siamo potuti permettere molte soste lungo il percorso, anche se queste avrebbero aiutato a combattere il sonno, perché ad agosto il sole tramonta presto in Namibia (18:30 circa) e vicino alla destinazione volevamo visitare la Quiver Tree Forest.

Quiver Tree Forest KeetmanshoopDal nome ci si potrebbe aspettare un bosco, ma si tratta “solo” di qualche centinaio di alberi faretra raggruppati sul terreno arido di una fattoria a cui si accede pagando un biglietto d’ingresso.
In Namibia se ne vedono tanti di questi strani alberi che crescono su terreni rocciosi, ma è raro che ce ne siano tanti in una zona piuttosto ristretta e questo aspetto ha reso unica questa attrazione naturale facendole guadagnare il titolo di monumento nazionale.
Godersi qui un tramonto africano insieme a qualche simpatica procavia delle rocce è stata un’esperienza piacevole che consiglio.
La fattoria si occupa anche di re-inserimento di ghepardi e abbiamo potuto vederne qualche esemplare.

Keetmanshoop è una cittadina grande per gli standard namibiani ma non ha molto da offrire al turista a parte benzinai, bancomat (utili in Namibia per prelevare soldi anziché cambiare contanti) e la vecchia chiesa della missione renana trasformata in museo sui Nama, etnia che abita la zona.
Noi abbiamo pernottato presso la Quiver Inn Guesthouse dotata di confortevoli appartamentini di cui usavamo solo la camera, con la porta ben chiusa per trattenere l’aria calda della pompa di calore di cui era dotata. Non abbiamo sfruttato invece la cucina ben attrezzata e per cena e colazione ci siamo appoggiati al ristorante della vicina Schützenhaus Guesthouse apprezzandone la buona cucina simil-tedesca.

Un paio d’ore di Hilux su strade deserte e polverose ci separavano da uno dei panorami più spettacolari della Namibia, quello del Fish River Canyon, il secondo più vasto canyon del mondo e nostra successiva destinazione.
Durante il tragitto ci siamo fermati ad osservare la fauna selvatica (zebre, orici, struzzi, ecc…) e a pagare il permesso d’ingresso presso l’ufficio della Namibia Wildlife Resorts di Hobas.
Quando ci si avvicina al Grand Canyon in Arizona non ci sono avvisaglie del panorama che ti aspetta e anche qui è improvviso lo spettacolo vastissimo che ti si apre davanti agli occhi quando arrivi al viewpoint.
Forse esistono parole adatte a descrivere l’emozione che trasmettono questi paesaggi ma io non le conosco. Mi limiterò a scrivere che siamo tornati al viewpoint anche all'alba della mattina successiva quando i colori erano ancora più belli.

L’accesso al canyon per fare trekking è permesso ma limitato a pochi escursionisti registrati al giorno e ai quattro mesi meno torridi dell’anno.
Esiste un solo itinerario di 85 Km lungo il fiume quasi sempre in secca da seguire per 4/5 giorni.
Credo che sia piuttosto impegnativo visto che chiedono di presentare un certificato medico di buona salute prima di concederti il permesso e il comfort non è certo paragonabile a quello del vicino Gondwana Canyon Village dove abbiamo pernottato. Si tratta di un gioiello di resort con camere in pietra e paglia incastonato nel paesaggio di colline rocciose dell’omonima riserva privata. A parte un lodge della stessa catena si può dire che la struttura è circondata dal nulla.

E’ possibile anche avventurarsi nella riserva seguendo un percorso self-drive per 4x4 oppure unendosi ad un game drive organizzato. In quest’ultimo caso è opportuno vestirsi con abiti caldi perché ad agosto nelle jeep aperte c’è qualche spiffero gelido…
Noi siamo stati un po’ sfortunati con l’avvistamento di animali, ma ammirare il tramonto sull'immensa savana erbosa che si raggiunge in fuoristrada è stata comunque un’esperienza affascinante.

Un vero fiume e la leggenda del “caldo africano”

Se volete vedere l’acqua scorrere nei fiumi di uno dei paesi più aridi del mondo dovete raggiungerne i confini: a nord sono segnati dai fiumi Kunene e Okavango mentre a sud dal fiume Orange.
In tutto il resto del territorio i letti dei fiumi possono accogliere questo fluido vitale solo in occasione delle poche settimane piovose dell’anno e non ci sono garanzie che ciò avvenga.

Vista dell'Orange River

Il nostro programma prevedeva di rimanere nella regione di Karas e raggiungere la piccola cittadina di Aus.
Dal resort della catena Gondwana abbiamo però scelto la strada più lunga per arrivarci, quella verso sud che arriva a costeggiare l’Orange River e che, attraverso l’aspro territorio dell’Ai-Ais Richtersveld Transfrontier Park, ritorna verso nord.
Devo dire che anche solo dopo pochi giorni di permanenza in Namibia è stato bello ammirare (insieme a qualche simpatico babbuino) l’acqua scorrere in un vero fiume.
I paesaggi incontrati e le polverose strade percorse erano caratterizzati da un’affascinante desolazione che portava a chiedersi “cosa facciamo se la macchina si ferma”?

La desolazione della strada D316 nel sud della Namibia

Per fortuna l’Hilux non ci ha traditi e siamo tornati alla civiltà incontrando la giovane e vivace cittadina mineraria di Rosh Pinah il cui paesaggio è dominato da una grande miniera in cui una compagnia canadese estrae rame, zinco ed altre materie prime.

Un bel pieno alla stazione di servizio e il viaggio è continuato su asfalto verso nord seguendo il confine della Sperrgebiet, una vastissima zona proibita nota anche come Diamond Area 1.
Non c’è molto ad impedire l’accesso alla zona per cercare un diamantino come souvenir, ma la leggenda narra che sparino a vista a chi provi ad entrarci senza permesso: io ci credo, ma più che altro perché non ho voluto fare un esperimento sulla nostra pelle…

Quando sentirò ancora parlare di "caldo africano" farò sicuramente una risata ironica: ad Aus abbiamo battuto i denti per due notti presso l’Orange House.

Questa villetta singola data in affitto ad un prezzo modico rappresenta sicuramente un’opportunità per far rifiatare il portafogli tra un lodge e l’altro, ma la stufa in salotto non era sufficiente a riscaldare bene anche le due stanze da letto. Anna ha risolto acquistando una borsa per l’acqua calda presso l’emporio del paese, ma il comfort non è stato ottimale e, pur essendo una valida sistemazione, non mi sentirei di consigliarla durante la stagione fredda.

Il ristorante del vicino Bahnhof Hotel che gestisce la villetta era l’unica possibile scelta per cenare, ma devo dire che non ha deluso, con un’ampia scelta di pietanze ed un buon servizio; d’inverno però fatevi assegnare un tavolo all'interno, perché nella veranda si pativa un po’ il freddo nonostante fosse in funzione una stufa a fungo.

Lüderitz e l'esaurimento delle vene diamantifere

Non abbiamo fatto colazione al Bahnhof Hotel e poco dopo l’alba ci siamo diretti verso l’Oceano Atlantico, verso Angra Pequeña, un tratto di costa ventosa “incastonato” tra la Diamond Area 1 e le dune del Namib a circa 120 Km da Aus.
Qui è dove approdò il Bartolomeo Diaz verso la fine del quindicesimo secolo e dove nell'ottocento sorse la cittadina di Lüderitz.

Vista su Luderitz dalle rocce vicino alla chiesa

La giornata è stata dedicata alle seguenti attività…

  • avvistamento dei cavalli del deserto presso la pozza artificiale denominata Garub Desert Horses ad una ventina di chilometri da Aus;
  • colazione a Lüderitz (il Garden Café si affaccia su uno dei due porti della Namibia, offre un’atmosfera piacevole e grandi fette di torta);
  • acquisto presso l’agenzia Safaris & Tours in Bismarck Straße del permesso e visita della vicina città fantasma di Kolmanskop;
  • escursione in auto a Diaz Point, il promontorio battuto da vento ed onde dove il navigatore portoghese eresse una croce (oggi se ne può vedere una copia);
  • breve tour sulla desolata costa con tappe a Guano Bay, Halifax Island (con un buon binocolo dagli scogli sulla terraferma si vedono i pinguini che la popolano) e Große Bucht;
  • vista sulla città dalla collina sulle rocce adiacenti alla chiesa;
  • gita ad Agate Beach con attraversamento involontario di un quartiere-baraccopoli di Lüderitz.

Anna Biasi di Creazzo cammina verso Kolmanskop in Namibia

Ho apprezzato particolarmente l’atmosfera decadente di Kolmanskop e l’esplorazione delle sue case abbandonate che il deserto sta lentamente ingoiando con la sabbia.

Inquietante osservare coi propri occhi come l'esaurimento delle vene diamantifere possa distruggere anche una cittadina all'avanguardia nel progresso.
Toccante invece il colpo d’occhio sul quartiere vivace e povero della città con le sue baracche in lamiera, specialmente considerando che la parte “bella”, diciamo così, di Lüderitz è davvero pulita, ordinata e caratterizzata da una pittoresca quanto un’improbabile architettura tedesca.

Namib, una distesa di sabbia

La parola “Namib” in lingua Nama significa proprio “luogo vasto”.
Per chi non lo sapesse si tratta di uno dei deserti più antichi del pianeta e le dune si estendono grossomodo da Lüderitz fino a Walvis Bay.
Per costeggiarle tutte da una città all’altra si percorrono più di 800 Km di cui solo un centinaio sono asfaltati, quelli fino ad Aus.

Abbiamo dedicato 4 giorni a questo itinerario, seguendo le strade C13, D707 e C27 fino a Sesriem, poi C19 e C14 fino a Walvis Bay.
I panorami sono tra i più belli e desolati della Namibia: si costeggiano le enormi proprietà delle fattorie, si attraversano la NamibRand Nature Reserve e una parte dell’enorme Namib-Naukluft National Park, la più vasta area protetta di tutta l’Africa.

Domanda: secondo voi è utile spazzare la sabbia in un deserto?

Continuate nella lettura del racconto e scoprite che la risposta potrebbe non essere quella ovvia...

Un tratto della strada D707 in Namibia

In Namibia qualche volta si incontrano cartelli che indicano di non guidare fuori dalle strade. All'interno della NamibRand Nature Reserve, vedendo diverse zebre mi sono allontanato dalla C27 su una stretta carrareccia e, una volta scattata qualche foto, ho fatto inversione a "U" percorrendo tre metri fuori dalla "sede stradale".
Un giovane molto arrabbiato ci ha inseguiti con il suo pick-up e, dopo averci raggiunti, si è rivolto a noi in modo minaccioso. Si è calmato e i toni sono diventati più amichevoli solo dopo che ho provveduto a spazzare via i segni degli pneumatici dal luogo incriminato.

La morale di questa polverosa storia è quindi la stessa di una giornata sciistica a Cortina d'Ampezzo: evitare il fuoripista... e sì, può essere utile spazzare la sabbia nel deserto!

La Duwisib Guest Farm ci ha offerto dei semplici bungalow in pietra in cui riposarci durante il tragitto.
I gestori riservano agli ospiti una calorosa accoglienza in un ambiente rustico e rilassante; nella calda atmosfera conviviale della cena potrete assaggiare deliziose pietanze a base di selvaggina e forse avrete l’opportunità di chiacchierare con l’anziano proprietario cogliendo dai suoi racconti un affascinante spaccato della vita nelle grandi fattorie del sud della Namibia.

A parte la visita ad un piccolo quanto decontestualizzato castello, Duwisib non ha molto da offrire al turista, quindi non abbiamo esitato a dirigerci verso il vero piatto forte di un viaggio in Namibia: Sossusvlei.
Il polveroso tragitto verso nord è caratterizzato da vasti e variopinti panorami: si respira una piacevole aria di solitudine ed isolamento dal mondo. Questa però scompare rapidamente con l’arrivo a Sesriem, la porta d’ingresso principale del Deserto del Namib, dove ci si ritrova inevitabilmente circondati da turisti.

La Duna 45 lungo la strada tra Sesriem e Sossusvlei

Qui abbiamo preparato l’escursione del giorno successivo procurandoci i permessi per visitare il parco, facendo rifornimento di carburante, bevande e snack.
Abbiamo anche visitato il vicino canyon prima di raggiungere il Gondwana Namib Desert Lodge che avevamo prenotato, a “soli” 60 Km dal centro visitatori, dopo un “comodo” sterrato.
Si tratta di una struttura piuttosto grande e molto curata: un giardino in mezzo al deserto nei pressi di una rossa collina rocciosa.
Sei uno dei tanti clienti e l’atmosfera è meno intima, ma il sontuoso buffet serale è sicuramente apprezzabile, con pietanze per tutti i gusti.

Non so se si sia già capito, ma cenare nei resort in cui si dorme è una scelta obbligata: le uniche alternative sono gli snack comprati alle stazioni di servizio o il digiuno, perché non ci sono ristoranti nei deserti.

E’ sconsigliato guidare con il buio in Namibia per il pericolo di incidenti stradali con gli animali.
Noi ci siamo comunque mossi prima dell’alba per arrivare ai cancelli del parco alla sua apertura al sorgere del sole: non ho incontrato grandi insidie, ma in effetti qualche zebra sulla strada l’abbiamo spaventata e non credo che sia facile convincerle a compilare la constatazione amichevole se, per esempio, le investi mentre sono nascoste nella nuvola di polvere alzata da un’altra auto...

Intraprendere i 60 Km di strada asfaltata da Sesriem a Sossusvlei all’alba è sempre la scelta migliore: le dune sono molto rosse, molto fotogeniche, e l’aria fresca rende meno faticoso scalarle.

Rimane comunque estremamente faticoso!!!

Se come me non siete degli atleti armatevi di acqua, cappello, crema solare e prendetevela comoda: riuscirete comunque a raggiungere la cima di dune molto alte come per esempio Duna 45, Big Mama o Big Daddy, la duna più alta del mondo a cui Wikipedia attribuisce 390 metri. Quando ne ho intrapreso la salita (senza bombole d’ossigeno) non conoscevo il primato di quest’ultima e l’avrei considerata la solita “balla” propinata ai turisti; ora che l’ho scalata ci credo ciecamente! L’esperienza paesaggistica è sublime: dalla cima, una volta asciugatosi il sudore sugli occhi, lo sguardo si perde nella vastità arancione del Namib.

Se volete qualche consiglio sulla scalata del Big Daddy, date un'occhiata al breve video che ho girato... contiene molte utili informazioni.

Quando vi stancate dell’arancione potete guardare in basso dove brilla la superficie del Deadvlei, un’antica oasi che oggi appare come una piatta depressione di argilla bianca e sale. 900 anni fa, in seguito alla deviazione del corso del Tsauchab, la palude in cui questo fiume terminava è morta e il clima arido ha pietrificato le acacie.
Il cielo qui è considerato tra i più limpidi della Terra e il colpo d’occhio bianco-arancio-blu non ha eguali sul pianeta.

Questo è uno dei luoghi più affascinanti che ho incontrato nei miei viaggi e sicuramente il più bello della Namibia: merita assolutamente la sua popolarità.

La nostra vacanza in questo paese però non finisce qui e vi invito a seguirmi nella lettura del racconto, perché molte altre esperienze ci aspettano.

Walvis Bay, una villa e un’altra distesa di sabbia

Nella ex-colonia britannica non ci aspettava l’appartamento che avevamo prenotato, il Portside 2.
I gestori ci hanno fatto sapere che c’era stato un incendio nell’immobile e per le due notti ci hanno offerto, allo stesso prezzo, la Dolphin Beach Villa. Qui brucerebbero davvero tante cose, perché l’abitazione è immensa e piena di oggetti di arredo.
Entrando si sente un certo strano odore non ben identificato, ma ci si abitua rapidamente e la cosa non disturba il soggiorno.
Si fa invece fatica ad abituarsi all’idea di non abitare qui… in questa sontuosa dimora sulla spiaggia con 600mq di stanze vista mare.
Impossibile sfruttare in due giorni tutti gli optional presenti: noi barboni abbiamo apprezzato in particolar modo la lavatrice e l’asciugatrice, per mettere a nuovo il nostro guardaroba.
Abbiamo invece lasciato inutilizzata la superaccessoriata cucina scegliendo di cenare e far colazione nel vicino Salt Restaurant: locale un po’ anonimo, stile business hotel, ma ci è tornato utile.

In città ci siamo appoggiati ad una qualsiasi delle agenzia sul Walvis Bay Waterfront per organizzare una gita di mezza giornata a bordo dei loro 4x4 con destinazione Sandwich Harbour.

Si tratta del posto più accessibile (diciamo “meno non accessibile”) in cui vedere una distesa di giovani e gialle dune del Namib incontrare l’oceano.

Il “piacevole” venticello tipico del luogo non ha aiutato a goderne la bellezza.
Le raffiche di sabbia abrasiva hanno ridotto al minimo il tempo trascorso fuori dalla jeep; non ci siamo comunque fatti mancare la scalata di una piccola duna per vedere questo paesaggio particolare.
Il bagnasciuga non era percorribile per l’alta marea ma l’autista, dopo aver sgonfiato quasi completamente i pneumatici della sua vecchia Range Rover, ha affrontato con disinvoltura salite e discese sulla sabbia: l’esperienza rallistica è divertente, anche se non allo stesso livello di quella sulle dune buggy a Huacachina in Perù. 

Sciacalli (Jackals) nei pressi di Sandwich Harbour

L’escursione, condita da avvistamenti di sciacalli e fenicotteri rosa, è comunque nel complesso decisamente consigliabile.

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Skeleton Coast, relitti e una distesa di otarie

Salutate la villa e le piattaforme petrolifere di Walvis Bay, abbiamo dedicato una giornata a seguire l’Oceano Atlantico verso nord per raggiungere l’isolato “resort” NWR a Terrace Bay: l’itinerario non segue una costa qualunque, ma la famigerata Skeleton Coast.

Superato l’abitato di Swakopmund è cominciato un viaggio verso il nulla in un’atmosfera di crescente isolamento dal mondo, attraverso uno scenario sempre più aspro ed inospitale, tendente al nebbioso.
L’unica possibile strada è la C34, sterrata ma in buone condizioni nonostante la presenza di sabbia mossa dal vento. Accanto ad essa, ben segnalati, giacciono inquietanti relitti di navi e pozzi petroliferi arrugginiti e si possono facilmente avvistare iene brune e sciacalli.
Si fa sosta anche all’ingresso dello Skeleton Coast Park, dove campeggiano ossa di balena e cartelli raffiguranti teschi.

Tutto ciò contribuisce a creare un’affascinante atmosfera spettrale da “confini del mondo”.

Un tratto della strada C34 lungo la Skeleton Coast in Namibia

Unica parentesi simpatica è la visita a Cape Cross di una grande colonia di otarie del Capo, la più popolosa del mondo grazie al tanto pesce da mangiare portato dalla corrente del Benguela.
I loro predatori marini e terrestri non sembrano molto agguerriti: orche, squali e iene qui non ne abbiamo visti, mentre i piccoli sciacalli si muovono per la colonia con fare ostile, ma decisamente poco convinto.

Nuotare-mangiare-lagnarsi-poltrire, nuotare-mangiare-lagnarsi-poltrire… le giornate di questi mammiferi trascorrono monotone scandite da queste attività e quella della pennichella di gruppo sembra decisamente la più amata.

Purtroppo invece questi paciocconi non si dedicano affatto all’igiene personale: passeggiare nella colonia è una potente esperienza olfattiva e bisogna mettere in conto che capelli/vestiti puzzeranno di otaria per qualche giorno. Oltre al naso anche l’orecchio è sollecitato da una sovrapposizione continua di richiami mamma-cucciolo che risuonano senza soluzione di continuità come strazianti lamenti.

Pochissimi turisti si spingono a nord oltre il bivio con la C35, ancora meno oltre quello con la C39 e il Terrace Bay Resort (unica scelta possibile per dormire) risulta piuttosto desolato.
L’immagine dell’incontro con un scheletrico e spelacchiato sciacallo che trascinava un cormorano morto è piuttosto rappresentativa dell’atmosfera che si respirava in questa struttura.
I bungalow a ridosso di questa costa ventosa sono semplici e adeguati ad un soggiorno di una notte, nulla più.
Il ristorante domina l’area da una collinetta: tappezzato di scritte sui muri, non è spettacolare, ma fa decisamente il suo dovere, considerando dove ci si trova.

Attività da fare in zona? Pesca. Splendido sarebbe sicuramente spingersi ad esplorare le dune ad est della costa, ma oltre alle iene pare ci siano anche i leoni: forse è meglio evitare…

Damaraland e Kaokoveld

Al contrario di altre regioni della Namibia, qui l’atmosfera è decisamente più africana: scompaiono quasi completamente i visi bianchi e le grandi proprietà lasciano il posto a piccoli insediamenti rurali dediti alla pastorizia.
A lato delle polverose strade si cominciano quindi a vedere anche esseri umani.

Sesfontein in Namibia

Esistono strutture ricettive per i turisti, ma sono veramente poche, tendenzialmente lussuose e con scarsa disponibilità di camere.
Abbiamo avuto difficoltà a prenotare nel Damaraland: cercavamo vicino a Palmwag e alla fine abbiamo dormito in una tenda ben attrezzata all’Hoada Camp Site, un campeggio isolato immerso nel bush lungo la C40 in direzione Kamanjab, oltre il Grootberg Pass.
Non c’è un ristorante, ma all’arrivo ti consegnano un pacchetto di carne e verdure da fare ai ferri nell’apposita area barbecue allestita accanto ad ogni tenda.
I vestiti e i capelli di Anna, la nostra chef/scout, sono passati dal puzzare di otaria al puzzare di fumo.
Pesa invece, grande tifoso bianconero, è riuscito a vedersi la partita della squadra del cuore in una baracca di 4mq dotata di parabola satellitare nella zona riservata al personale di servizio: per lui lo spettacolo era la partita, mentre per i bambini lo spettacolo era lui.

Gli animi più romantici apprezzeranno invece il tramonto dalla cima delle grandi rocce nei pressi della reception. 

Nel Kaokoveld ci siamo trattati meglio e abbiamo alloggiato presso l’Opuwo Country Lodge, una bella struttura adagiata sulla collina che domina l’omonima città e caratterizzata da un’atmosfera affascinante e un buon servizio.

Queste di seguito sono le attività a cui ci siamo dedicati, in ordine cronologico:

  • il nostro primo incontro con elefanti liberi in natura (due femmine e due cuccioli vicino alla strada C39);
  • visita del sito di arte rupestre di Twyfelfontein;
  • il nostro primo incontro con giraffe libere in natura (un maschio e due femmine lungo la C43 nei pressi di Palmwag);
  • esplorazione off-road del letto del fiume Hoanib con avvistamento di un numeroso branco di babbuini e di altre giraffe;
  • vana ricerca di un baobab da fotografare (qui dovrebbero essercene);
  • visita ad un villaggio Himba a circa 20km di distanza da Opuwo;
  • prelievo di contanti nelle banche del capoluogo del Kunene;
  • sosta ad un autolavaggio presso Opuwo dove ho capito perché la Namibia è un deserto: l’acqua la sprecano tutta per lavare le macchine…

La visita ad una piccola comunità Himba è stata possibile contattando una guida e lo abbiamo fatto con semplicità e rapidamente sfruttando la reception del lodge.
L’appuntamento era davanti al supermercato perché bisognava fare una rapida spesa di generi alimentari da donare alla tribù in cambio dell’accesso al villaggio (farina, zucchero, riso e mele).
Rimunikavi, oltre ovviamente a farci da traduttore, ci ha spiegato brevemente l’origine dei gruppi etnici che abitano il nord della Namibia e raccontato gli usi e i costumi tradizionali del più conservatore di questi, quello appunto degli Himba.
Gli uomini erano via ad un funerale per qualche giorno, ma poco male, perché vestendosi in modo “occidentale” risultano meno tipici, mentre le donne sono più conservatrici e si presentano in modo decisamente più inusuale ad uno sguardo europeo. 

Villaggio Himba nei dintorni di Opuwo in Namibia

Ci hanno organizzato una piccola dimostrazione sull’uso dell’ocra per ricoprirsi il corpo, sull’uso di gioielli, accessori, acconciature socialmente simbolici e sulle abitudini di lavaggio con fumi profumati: non usano l’acqua per pulirsi, poiché possono recuperarne solo una ventina di litri al giorno andandola a prendere a piedi (a 16km di distanza in quella zona).

Un bel tramonto, una mela a testa, qualche foto ricordo: così si è conclusa questa esperienza, una bella esperienza che fa riflettere.

Il parco Etosha

Questo parco nazionale è davvero una meta molto popolare, ma il turismo non sembra sfruttato in modo eccessivo e ci sono tante regole da rispettare per proteggere gli animali dai visitatori e i visitatori dagli animali.
La regola principale, molto rispettata, è non uscire dall’auto: in alcuni luoghi recintati si può farlo, ma abituatevi all’idea di trascorrere tante ore in macchina.

Non si può entrare nel parco prima dell’alba e uscirne dopo il tramonto: le distanze all’interno sono notevoli ed è quindi opportuno organizzarsi bene gli spostamenti per non incorrere in multe molto salate.

La strada tra Opuwo e il Galton Gate è asfaltata e si divora comodamente in un paio d’ore.
All’interno il comfort sfuma, le strade peggiorano e i tempi di percorrenza si allungano, complici anche le frequenti soste per avvistamenti presso le pozze d’acqua.
La parte ad ovest di Okaukuejo (dove c'è il principale resort del parco) è davvero enorme e poco frequentata, vista la quasi assenza di strutture ricettive NWR: c’è solo il Dolomite Camp. Nell’area a est invece ci sono i camp Halali, Onkoshi e Namutoni.

Giraffa ad Etosha National Park in Namibia

Ideale sarebbe poter dormire in più zone all’interno dell’Etosha, ma è davvero difficile ottenere una prenotazione dei bungalow anche con diversi mesi di anticipo.

Noi abbiamo dormito tre notti presso il Gondwana Etosha Safari Camp, appena fuori dall’Anderson Gate.
Purtroppo hanno qualche problema di puzza di cloaca intorno ai bei bungalow e la struttura non è curata come le altre della “collezione” Gondwana, ma l’area ristorante è vivace e regala serate piacevoli; il buffet è ricco ma non esaltante.

Per quanto riguarda gli incontri con gli animali, rimane il rimpianto per non aver visto il leopardo e il ghepardo.

Altri visitatori che abbiamo incontrato li hanno avvistati, ma questo non ci consola affatto, anzi… C’è poco da fare comunque, serve fortuna.
Non credo che abbiamo avuto un successo al 100% e non mi sento quindi sufficientemente referenziato per poter insegnare, ma provo comunque a stilare un piccolo decalogo nella speranza che questi consigli possano risultare utili:

  1. Superare la timidezza e parlare con gli altri viaggiatori: le persone sono tendenzialmente stanche alla sera e chiuse in macchina durante il giorno, ma visitare Etosha è un’esperienza appagante e se coglierete le poche occasioni per attaccare bottone con gli altri visitatori questi vi racconteranno le loro esperienze con un luccichio di gioia negli occhi e voi potrete guadagnare informazioni decisive per gli avvistamenti
  2. Mettersi in movimento all’alba per avere più possibilità di incontrare i felini, dato che questi trascorrono le ore più calde riposandosi all’ombra lontano dalle strade
  3. Chiedere consigli alla guida del vostro lodge: anche se non monterete sulla sua jeep sarà comunque molto disponibile ad aiutarvi
  4. Spegnere il motore nei parcheggi dei “waterhole” e pazientare anche se non c’è anima viva: non partite dopo un minuto in direzione della pozza successiva, perché dopo 5/10 minuti lì potrebbero arrivare tanti animali
  5. Riaccendere velocemente il motore qualora un elefante o un rinoceronte vi puntino
  6. Scandagliare l’orizzonte con il binocolo durante gli appostamenti: prima di andare via dalla pozza si potrebbero vedere animali in avvicinamento e potrebbe essere opportuno aspettare
  7. Fare attenzione alle auto ferme: vuol dire quasi sicuramente che l’occupante sta guardando un animale; potrebbe essere il loro primo springbok quando voi ne avete già visti 493, ma vale comunque la pena controllare
  8. Fiondarsi come se non ci fosse un domani verso i gruppi di auto ferme: è impossibile che più gruppi di turisti vedano per la prima volta uno springbok: c’è sicuramente qualcosa di grosso o raro!
  9. Prima di partire per la Namibia procurarsi una bella guida sui mammiferi africani che spieghi le loro abitudini e al gate di Etosha acquistare il fascicoletto con i disegni degli animali da spuntare e collezionare
  10. Se siete in due in macchina sedersi dallo stesso lato e parcheggiare lateralmente a favore di pozza; se siete più di due essere generosi e alternare il lato di parcheggio per garantirvi il quieto vivere nell’abitacolo

Zebre (zebras) e antilopi (springbok) nel Etosha Nationa Park in Namibia

Quando terminerà la vostra esperienza Etosha vi sentirete sollevati e rilassati perché è faticoso passare le giornate in auto e la corsa agli avvistamenti può essere stressante: è richiesta concentrazione e determinazione.
Il piacevole calo di tensione però lascerà presto il posto ad una grande amarezza: la natura selvaggia regala tanta emozione e non mancherà una sorta di crisi di astinenza! Vi garantisco che quando ho ripreso a guidare in Italia continuavo scrutare il ciglio della strada e, come potrete immaginare, non ho più visto alcun big five…

Il ritorno verso Windhoek

Da Namutoni ci siamo diretti verso sud e abbiamo pernottato in una riserva privata presso l’Ohange Namibia Lodge.
La struttura è piuttosto semplice ma l’atmosfera del luogo è molto bella: abbiamo cenato all’aperto vicino al fuoco scoppiettante con vista su qualche springbok che bighellonava sotto la luce di un faro.

Il giorno successivo ci siamo diretti al Meteorite di Hoba: si tratta del più grande oggetto spaziale che sia mai stato rinvenuto sulla Terra. Se vi affascina l’idea di farvi un selfie con questo grande sasso ferroso proveniente dallo spazio andateci, pagate il biglietto, toccatelo e scattate la foto, non c’è molto altro da fare.

Se non ci andrete invece… non credo che avrete grandi rimpianti.

Boris, Anna e Pesa in posa sul Meteorite di Hoba vicino a Grootfontein in Namibia

La nostra successiva tappa era il Wabi Lodge in una riserva di caccia convertita anni addietro in riserva naturale protetta.
Questa struttura non offre alloggi particolarmente curati ma si trova a ridosso del Waterberg Plateau una piatta montagna che svetta sopra ai vasti altipiani del Kalahari namibiano.
Qui abbiamo dormito due notti con l’idea di rilassarci e visitare la vicina area del parco nazionale; una volta raccolte le informazioni in loco abbiamo deciso di rinunciare a quella visita programmata e partecipare invece ad un paio di game drive all’interno della Wabi Reserve.

Con una guida, sulla tipica jeep aperta, abbiamo esplorato la zona per alcune ore salendo anche sulla parte del Waterberg Plateau inclusa in questa proprietà privata.
Mi mancava la spunta su leopardi e ghepardi e qui c’è la possibilità di avvistarli.

Missione fallita!
Babbuini, antilopi roane, impala, giraffe, molti uccelli colorati.
Ci sono comunque parecchi animali selvatici da avvistare: l’esperienza è stata piacevole e anche rilassante.

Ci hanno portato anche ad incontrare un gruppo di cinque ippopotami in un laghetto.

Non si può certo dire che siano addomesticati, ma sicuramente sono abituati all’uomo e accettano il suo aiuto: abbiamo assistito alla consegna di qualche balla di fieno che i grossi mammiferi hanno divorato in compagnia di qualche facocero.
Patrick, il gestore del lodge, mentre Pesa cercava di farselo amico per vedere la partita della Juve sulla sua tv, ci ha spiegato che si fanno arrivare quel tipo di biada addirittura dal Sudafrica.
Nel caso ve lo domandaste, sì, Pesa ha visto la sua squadra vincere (tanto per cambiare!) ma non siamo invece riusciti a convincere Patrick a farci fare un game drive notturno perché diceva che è troppo pericoloso e che non se la sente di prendersi questa responsabilità con i turisti.

Facoceri lungo la strada B1 in Namibia

Il 26 agosto ci siamo presentati presso la tomba di Samuel Maherero a Okahandja con l’idea di osservare i discendenti Herero di questo capo tribù nella consueta annuale processione commemorativa in abiti tradizionale.

Missione fallita!
Arrivati sul luogo, questo era vuoto e alla sola donna presente, probabilmente la custode della vicina chiesa, abbiamo posto la domanda “ma herero day is today?”.
Ci ha spiegato che la processione era già avvenuta e di provare a passare il giorno successivo (spoiler: stesso risultato) oppure di andare a vedere gli Herero al loro accampamento vicino al centro commerciale della cittadina.
Lo abbiamo fatto, ma la location era piuttosto “ruspante”, diciamo così, e non ci siamo infilati a disturbarli con le nostre foto.

Siamo quindi andati in cerca di souvenir nell’unico luogo di interesse di Okahandja durante i 364 non-herero-day dell’anno, ossia il mercato dei falegnami.

Qui i coloriti e numerosi imbonitori/artigiani ci hanno fatto recitare per la seconda volta in Namibia la parte dei turisti da spennare (c’era già stata una situazione simile al Walvis Bay Waterfront).
La nostra ormai decennale esperienza internazionale in fatto di contrattazione ci ha fatti uscire dal polveroso Mbangura Woodcarvers Craft Market con tante sculture in legno in più e qualche dollaro namibiano in meno.

L’ultimo pernottamento in terra namibiana è stato presso The Elegant Farmstead ad una trentina di chilometri da Okahandja lungo la strada D2102.
La struttura mi è piaciuta: molto curata e confortevole.
Come in tanti altri lodge c’è la piscina e sono certo che sia molto godibile in una stagione più calda.
Organizzano escursioni ed attività, ma noi ormai eravamo sfiniti e ci siamo limitati a riposarci.

L’ultimo giorno prima del volo serale lo abbiamo dedicato ad una poco approfondita visita della città di Windhoek: un paio di “vasche” su Independence Ave., una visita alla Christuskirche e un giro in auto nel quartiere popolare di Katutura, poco altro.
Per pranzo volevamo una pizza e cercavamo il consigliato "Sardinia" Blue Olive, ma questo ristorante si era trasferito e al suo posto nella via principale c'era il "Sicilia": la posizione è tattica se necessitate di altri souvenir perché c'è un Craft Center in Garten Street, la pizza è commestibile ma non memorabile.

In generale nemmeno la giornata è stata memorabile, però almeno Anna ha spedito le sue due cartoline dalle poste centrali.
Queste sono arrivate velocemente a destinazione in Italia al contrario di quelle imbucate da me e Pesa all’Halali Camp di cui non abbiamo avuto più notizie… se le sarà mangiate un leopardo!

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