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| Malesia e Borneo -
Trentacinque chili di piacere |
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Da quando anni fa ho iniziato a praticare le attività
subacquee, nel mio atlante geografico ha cominciato timidamente
a farsi notare, sconosciuta ai più, la minuscola isola di
Sipadan. L’isoletta situata all’estremo margine orientale del
Sabah (che a sua volta si trova al margine orientale del Borneo
malese), se non siete subacquei probabilmente non l’avrete mai
sentita nominare, ma se bazzicate i fondali la conoscerete di
certo, tra i sub è a tutti gli effetti ritenuta una delle più
belle mete sottomarine al mondo.
Come la maggior parte dei viaggi che ho fatto, anche questo è
maturato lentamente negli anni, leggendo libri, raccogliendo
ritagli di giornale, ascoltando racconti di viaggio, ecc... Con
il tempo il raggio del mio interesse si è allargato e, a poco a
poco, dall’isola di Sipadan è approdato nella regione del Sabah
nel Borneo, per poi estendersi fino al Saravak ed infine, perché
no, anche alla parte peninsulare della Malesia: effettivamente
andare fino ai lontani confini del sud-est asiatico per visitare
solo un’isoletta, per quanto bella sia, sarebbe stato un
delitto. Eccovi dunque le mie impressioni sul lungo viaggio che
ho intrapreso assieme a Claudia nella Malesia peninsulare,
Borneo malese ed infine Sipadan.Trentacinque chili di piacere
La Malesia è la tipica destinazione che adoro, mi permette in un
colpo solo infatti di soddisfare tutte le aspettative che
richiedo ad una vacanza perfetta: oltre alle immersioni il mio
viaggio deve darmi la possibilità di fare trekking
naturalistico; poi deve appagare quella che Claudia chiama la
nostra terza compagna di viaggio, ovvero la mia macchina
fotografica; a tutto questo però bisogna aggiungere che non sono
un eremita, amo conoscere la gente e nuove culture, visitando
luoghi di interesse storico e gustando le più fantasiose cucine;
ultima cosa ma non meno importante, deve esserci avventura,
perché senza il pepe delle incognite, degli imprevisti e dei
cambi di programma mi sembrerebbe di guardare passivamente un
documentario in TV.
Qual è l’unico svantaggio di avere a disposizione una meta che
vi permette tutte queste attività? Lo conosce bene la mia
schiena, tra attrezzatura fotografica, subacquea e da trekking,
il mio zaino pesava 35 Kg! Claudia che ha meno esigenze
fotografiche di me, comunque aveva 22 Kg sulle spalle. Sono
sicuro che ancora oggi ci sono vertebre lombari di tassisti
malesi, che portano il segno del nostro passaggio.
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Il primo impatto
Come avrete già capito sono un amante della vacanza fai-da-te,
dall’Italia ho sempre solo acquistato il biglietto di andata e
ritorno, per poi affrontare l’organizzazione logistica sul
posto. Quest’anno però devo confidarvi, che per i primi 30
minuti in terra malese, arrivato a Kuala Lumpur ho avuto un
senso di spaesamento che non avevo mai provato nei miei viaggi
precedenti. Non so come fare a spiegarvi la sensazione,
immaginate di essere in piena chinatown alle 7 del mattino,
l’afa vi toglie il fiato e siete circondati e pigiati fra gente
di ogni sorta, uomini d’affari cinesi, santoni indiani,
scolaretti malesi, donne musulmane nascoste nei loro chador
neri, insomma la più svariata umanità; siete dotati della
ridicola cartina inclusa nella Lonely Planet dove l’intera Kuala
Lumpur è disegnata su due paginette con un’approssimazione che
la rende praticamente inutilizzabile, dunque non avete la minima
idea di dove siete; sui pochi marciapiedi esistenti non riuscite
neanche a camminare perché sono stipati di baracchini alimentari
che friggono e cuociono ogni genere di materia commestibile,
violentando il vostro povero stomaco stremato dal lungo volo;
odori aggressivi arrivano inoltre dai mercati e soprattutto
dalle bancarelle dei macellai cinesi, dove gli animali vengono
tenuti vivi fino al momento dell’acquisto e poi sgozzati prima
di essere incartati; le monorotaie vi passano rumorosamente
sopra la testa, stracariche di lavoratori diretti ai loro
impieghi; voi infine avanzate zigzagando tra le macchine
incastrate nel traffico, che per ripicca riversano lo smog nella
grigia aria del mattino. Non so se sono riuscito a rendere
l’idea, credetemi ne ho viste di città caotiche nei miei viaggi
passati, ma questa volta appena ho messo piede fuori dal taxi
che ci ha portato in città, per un brevissimo istante ho avuto
voglia di correre in albergo e chiudermi in camera.
Poi magicamente ed inevitabilmente incominciate a sincronizzarvi
con quel ritmo frenetico, i vostri occhi vengono attirati dagli
straordinari colori che vi circondano, i passanti vi salutano
sorridendo, lanciate le prime spontanee imprecazioni contro gli
automobilisti che vi sfiorano, incominciate in poche parole a
far parte di Kuala Lumpur. |
La sregolata capitale è destinata a piacervi, il senso di
spaesamento iniziale assumerà una connotazione positiva rendendo
ancora più attraenti le differenze culturali che incontrerete
sul vostro cammino. Con il veloce ed efficiente servizio di
treni sopraelevati, potrete visitarla in tutta comodità,
gustandovi contemporaneamente una veduta panoramica dall’alto. A
proposito dei treni, vi anticipo una cosa che a me sulle prime
ha lasciato meravigliosamente di sasso: la linea Putra non ha
conducente, cioè i treni vengono guidati da un computer! Dopo
due secondi di stupore ci si domanda immediatamente: e se
qualcuno si avvicina troppo al bordo del marciapiede? E se cade
sui binari? O se rimane impigliato in una porta? Il computer
grazie ad una sofisticata rete di sensori è in grado di gestire
tutte queste situazioni... speriamo non ci sia installato
Windows 95.
Sostanzialmente i quartieri interessanti della città sono due e
possono essere visitati tranquillamente in un paio di giornate:
il Golden Triangle (Triangolo d’Oro) e China Town. Il primo è
famoso per la sua architettura moderna, comprese le famose
Petronas Towers (vedi la prima foto) ed è molto frequentato per
quello che i malesi chiamano lo sport nazionale, ovvero lo
shopping; China Town invece è la parte più rustica della città,
i templi cinesi, indiani e mussulmani convivono con
l’architettura moderna, i baracchini gastronomici vi permettono
di gustare prelibatezze esotiche (di cui alle volte è meglio non
conoscere gli ingredienti) e nei colorati mercati all’aperto
potrete comprare un Rolex per mezzo euro o l’ultimo film del
vostro regista preferito ancora prima che il suddetto regista
decida di girarlo.
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Un capitolo a parte meriterebbe invece il trattamento della
condizione del pedone, una specie in via di estinzione che a
Kuala Lumpur sopravvive per miracolo. Innanzitutto si potrebbe
affrontare l’argomento “Il marciapiede questo sconosciuto”,
infatti, tranne in rarissime situazioni, il marciapiede è
un’entità assolutamente ignota e se c’è, è comunque invaso da
bancarelle e baracchini alimentari. Il secondo paragrafo
potrebbe tentare di rispondere all’intrigante domanda “A cosa
serve il semaforo per i pedoni?”: il semaforo infatti viene
installato negli incroci ad unico uso e beneficio degli
autoveicoli, gli attraversamenti pedonali ne sono sprovvisti.
Voi direte, “Basta passare quando le macchine sono ferme”... a
parte il fatto che le macchine non sono mai ferme, voglio
proprio vedere come si fa a capire che è il vostro turno di
attraversare, in un incrocio dove convergono magari 6 strade a 4
corsie!
Il terzo paragrafo lo intitolerei “Centrare i pedoni aumenta i
punti sulla patente”. Non c’è altra spiegazione, deve essere
così, anche in Malesia hanno la patente a punti solo che da loro
i punti vengono ripristinati investendo i passanti. Ho
sperimentato di persona che quando attraversi la strada le
macchine accelerano, ho visto automobili cambiare di corsia per
riuscire a farti il pelo. Voi direte “Usa le strisce
pedonali”... le stri-cosa?
Concluderei infine il trattato con l’appendice “Non sei Inglese?
Accendi un cero!”. A tutti i disagi sopraccitati aggiungete cioè
il fatto che in Malesia guidano a sinistra, dunque le vostre
probabilità di sopravvivenza si abbassano ulteriormente; quando
attraverserete le strade vi verrà da guardare istintivamente
dalla parte sbagliata con la conseguenza che nel momento che
appoggerete il primo piede sulla strada, sentirete il classico
suono prolungato di un clacson in avvicinamento, mentre verrete
contemporaneamente sfiorati da una o più vetture. A poco servirà
fermarsi a ragionare prima di attraversare, per capire se
l’incasinatissimo svicolo verrà da lì a poco percorso da destra
o da sinistra, sbaglierete di sicuro!
Comunque non preoccupatevi, dopo un mese di soggiorno in Malesia
alla fine ho imparato da che parte dovevo guardare prima di
attraversare, infatti appena arrivato in Italia uscendo
dall’aeroporto, mi ha quasi steso un tassista.
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La giungla antica
Il
Taman Negara è il parco nazionale più importante della
Malesia, la foresta pluviale che vi è racchiusa è ritenuta la
più antica al mondo, si sospetta infatti che non sia stata
toccata nemmeno dalle ere glaciali. In termini di animali non è
certo il miglior posto della Malesia dove fare avvistamenti,
nonostante ciò il parco secondo me va visitato, soprattutto se
nel vostro programma di viaggio non è incluso il Borneo: avrete
l’occasione di vedere specie vegetali fra le più svariate e
antiche, se andrete a fare qualche passeggiata di notte nella
giungla la vostra torcia inquadrerà sicuramente serpenti
colorati, veloci scorpioni e ragni che avevo visto solo nei film
horror. Male che vada durante il vostro soggiorno conoscerete le
simpaticissime sanguisughe che daranno il caloroso benvenuto ai
vostri polpacci. Purtroppo però se come me avrete la “sfortuna”
di andare in vacanza con una ragazza dotata di carni rubiconde e
succose, le sanguisughe non vi degneranno di un solo sguardo
riservando a lei tutte le attenzioni.
Ecco magari non girate per la giungla con pantaloncini corti e
ciabatte infradito, ma seguite i consigli del veterano dei SAS
Nick Stone: tenete due abiti, uno da usare durante il giorno,
che si bagnerà e infangherà dopo i primi 5 minuti nella giungla
e l'altro che indosserete la notte e che avrete avuto la cura di
mantenere asciutto ad ogni costo; la mattina seguente
indosserete nuovamente quello bagnato. Non cedete alla
tentazione di usare quello asciutto, altrimenti dopo 5 minuti vi
ritroverete con 2 vestiti bagnati.
Se avete tempo vi consiglio di passare una notte in un bumbun,
la fatica e lo spirito di adattamento che dovrete avere sono
notevoli ma verranno adeguatamente ripagati. Praticamente i
bumbun sono dei capanni molto spartani costruiti su palafitte in
mezzo alla giungla e collocati in posizioni strategiche per
individuare gli animali che all’imbrunire ed alla mattina presto
vanno ad abbeverarsi. Sgambetterete un po’ per arrivarci
(ricordate che più siete lontani dall’entrata del parco, più
probabilità avrete di avvistare vita selvaggia), vi adatterete a
dormire in un sacco a pelo sopra ai duri letti a castello in
legno, non essendoci né vetri alle finestre né zanzariere vi
farete la doccia di repellente per gli insetti ed infine vi
dovrete preparare mentalmente alla compagnia di qualche Jerry
(N.d.R. chiamarli così invece che “orrendi e schifosi ratti”
potrebbe facilitarvi nell’accettarne la presenza). Vi garantisco
però che ascoltare nella buia notte il concerto di suoni che
proviene da ogni dove, è qualcosa di realmente magico e lo
porterete nei vostri ricordi per sempre.
Per organizzare un soggiorno nel Taman Negara vi consiglio di
rivolgervi a Kuala Lumpur alla NKS Travel
(www.taman-negara.com), che ha un ufficio nell’Hotel Mandarin
Pacific a China Town. Sono veramente efficienti, penseranno loro
al trasferimento, all’alloggio ed addirittura al viaggio per la
vostra successiva destinazione (ad organizzare tutto da soli,
perderete un sacco di tempo e probabilmente spenderete di più).
Ad esempio, nonostante per raggiungere successivamente Kota
Baharu ci offrissero un passaggio su una veloce corriera dotata
di aria condizionata, gli abbiamo chiesto di procurarci i
biglietti per il Jungle Train. Ci hanno guardato come dei poveri
pazzi ma ce li hanno procurati a loro spese. |
Se non avete fretta fatelo anche voi, il Jungle Train è un
capolavoro di ingegneria, si tratta di una pittoresca linea
ferroviaria che avanza pigramente per centinaia di chilometri
nel folto della giungla, tagliando in diagonale quasi tutta la
Malesia. Esistono due treni, uno notturno ed uno diurno.
Ovviamente quello diurno è quello che vi permette di gustarvi il
panorama, ha solamente il difetto che ferma in tutte le
stazioni, e sono veramente tante! Nemmeno il capotreno quando
glielo ho chiesto mi ha saputo dire quante fossero, non ne aveva
mai tenuto il conto. Vi toccano circa 10 ore di viaggio, ma lo
rifarei nuovamente senza nessuna esitazione; a parte i
meravigliosi paesaggi che sfrecciano davanti al vostro
finestrino, il treno è un’esperienza sociale, viaggiatori di
ogni tipo si avvicendano durante il percorso, stanchi contadini
di ritorno dal lavoro, eleganti donne col velo, fedeli che si
recano alla più vicina moschea e battaglioni di ragazzini che
escono da scuola. Potrete mangiare cucina tipica nel vagone
ristorante, ma soprattutto socializzerete anche se non ne avrete
voglia, donne e uomini al primo sguardo con cui li incrocerete
si lanceranno con voi in conversazioni sui più svariati
argomenti. Parola mia, le 10 ore di viaggio sono volate!Un’altra escursione interessante, ma per avvistamenti
naturalistici molto particolari, è la navigazione notturna del
Sungai Selangor nei pressi di Kuala Selangor a tre ore di
autobus da Kuala Lumpur. E’ un posto "incantato" che di notte
viene invaso da milioni di lucciole; utilizzando le silenziose
imbarcazioni del parco si può navigare lungo il fiume
luccicante, sperimentando il clima natalizio anche ad Agosto. E’
un po’ fuori mano dalle rotte turistiche, non vale certamente la
pena passarci più di una notte, ma se avete tempo potrete come
noi alloggiare direttamente dentro il Firefly Park Resort
(www.fireflypark.com).
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Il minestrone culturale
Quello che sicuramente più affascina della Malesia è la
convivenza pacifica degli opposti, da tutti i punti di vista,
architettonico, artistico, culturale, etnico e religioso.
Citando lo scrittore Andy McNabb “La Malesia è l’unico posto al
mondo dove Allah, Hare, Buddha e persino Gesu Cristo possono
andare assieme fuori a cena senza venire alle mani”.Se nel vostro immaginario pensate alla Malesia come ad un chiuso
e riservato popolo mussulmano, siete completamente fuori strada.
Innanzitutto preparatevi a salutare in continuazione,
soprattutto nei piccoli paesi vi faranno un cenno o vi
rivolgeranno un “hello” la maggior parte di quelli che
incrocerete. Se poi avrete l’accortezza di ricambiare il saluto
in bahasa, vi sarete fatti degli amici. A tal proposito mi ha
sorpreso la facilità della lingua malese, non ha le declinazioni
tanto odiate nel tedesco e nel latino, cioè una parola si
pronuncia tale e quale in tutte le situazioni; non ha nemmeno le
coniugazioni, cioè non esistono i verbi al futuro o al passato,
sono tutti all’infinito, si capisce se uno sta parlando al
passato o al futuro dagli avverbi che usa (ad esempio se dico
“Lo scorso luglio andare in Malesia” sto ovviamente parlando al
passato); per finire non esistono neanche i plurali, per dire il
plurale di un sostantivo si ripete semplicemente due volte la
parola (come se per dire cani dicessi canecane). In uno dei
tanti centri commerciali di Kuala Lumpur, compratevi un
dizionario tascabile e potrete incominciare a comprendere le
insegne stradali, gli avvisi pubblicitari e, perché no,
divertirvi anche a spiaccicare qualche cosa di più dei soliti
monosillabi.
Tornando alla socievolezza dei malesi, dal punto di vista
fotografico siete in un paradiso. Anche il più timido dei
fotografi potrà tornare a casa con centinaia di soggetti
catturati dalla propria fotocamera. Recatevi nel più sperduto
villaggio su palafitte di pescatori e non appena estrarrete la
macchina fotografica verrete circondati da gente che vuole farsi
ritrarre. Se passerete con la macchina fotografica in mano
accanto a qualcuno senza fargli la foto, vi guarderà offeso come
per dire “Non sono abbastanza bello per le tue foto?”. Vi giuro,
ho visto addirittura un peschereccio fare marcia indietro con
tutto l’equipaggio che salutava, per finire nella foto del
tramonto che stavo facendo.
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Da un punto di vista socioculturale forse la meta più
interessante è Kota Baharu: avrete modo di visitare i
coloratissimi e caratteristici mercati, recarvi al centro
culturale (magari utilizzando un risciò) e vedere le esibizioni
di musica, ballo, arti marziali e trottole (una strana
combinazione in effetti). A proposito di mercati Kota Baharu e
Kuala Terengganu sono i posti migliori per acquistare i
batik,
ovvero le preziose stoffe di seta colorate a mano; le troverete
anche in altre parti della Malesia, ma scordatevi la scelta (ed
i prezzi!) di cui disporrete in questa regione.
La città è anche un’ottima base per esplorare i luoghi
interessanti nei dintorni: l’esotica moschea galleggiante, le
grandi statue del Buddha, i villaggi di pescatori, gli artigiani
che costruiscono aquiloni, i teatri di marionette, ecc...Una curiosità! Accompagnati in un’escursione da due nativi,
siamo finiti in un luogo che non era riportato sulle mie guide e
di cui tra l’altro a posteriori ho trovato solo pochissimi cenni
in Internet. La cosa mi sembra tutt'oggi molto strana, infatti
secondo me è un posto splendido. Si tratta di un raggruppamento
di 5 templi buddisti di influenza tailandese, di cui il più
caratteristico è senz’altro il Wat Mai Suwankhiri, conosciuto
anche come “Tempio della Barca del Drago”: come dice il nome è a
forma di barca (vedi foto) ed è collocato all’interno di una
piscina fatta su misura. Nelle guide che possiedo si parla di
molti templi tailandesi nel distretto del Tumpat, ma questo
incredibilmente non è citato. Mistero...
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Interessante è anche la città di Melaka, esattamente dalla parte
opposta della Malesia rispetto a Kota Baharu, ha avuto notevole
importanza nella storia del paese e, per la sua posizione
strategica, se la sono contesa i Portoghesi, gli Inglesi e gli
Olandesi (vi troverete anche un mulino). Nonostante sia
decisamente più turistica rispetto agli stati del Kelantan e del
Terengganu, l’architettura del quartiere cinese è incantevole,
sia all’esterno che all’interno, infatti a Melaka è molto forte
la tradizione artigianale legata alla produzione di mobili e
sculture. Ogni sera viene eseguito uno show di luci e suoni che
racconta la storia della città: se non capite l'Inglese lasciate
stare oppure portatevi un cuscino per dormire, se invece lo
masticate (l'Inglese intendo, non il cuscino) potrebbe essere
divertente, infatti avrete l'occasione di ascoltare una versione
propagandistica e "leggermente" distorta della storia coloniale
della regione.
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Pirati da sempre
Dopo due settimane sul continente eccoci in volo verso il
selvaggio Borneo, prima tappa Kuching, capitale del Sarawak. La
cittadina è veramente piacevole, vi converge tutto l’artigianato
indigeno del Sarawak, oserei dire che è forse il posto dove
avrete la scelta più ampia per i vostri souvenir. Il problema è
che bisogna stare molto attenti a quello che si trova e a quanto
lo si paga, infatti accanto alle autentiche opere di
antiquariato, troverete anche molto ciarpame prodotto in serie.
E qui ho avuto il primo rimpianto, quel genere di cose che col
senno di poi avrei fatto diversamente. Sin dall’Italia, da
quando leggevo i racconti di Redmond O'Hanlon tra gli Iban del
Borneo, mi sono ripromesso di comprarmi in Malesia un parang,
ovvero il machete rituale che i valorosi cacciatori di teste
utilizzano per avanzare nella giungla, scuoiare animali,
tagliare teste e affettare il formaggio. Bene ho fatto l’errore
di aspettare di arrivare in Borneo per comprarmelo e purtroppo
oggi non è tra gli oggetti ricordo della nostra vacanza. A
Kuching troverete sì i parang, ma si tratta di chincaglieria
dotata di lame scadenti. A Melaka invece (averlo saputo prima!)
ho visto fabbri che battevano sugli incudini pezzi di ferro
incandescente e creavano a mano bellissimi parang, ma mi sono
detto “Se sono bellissimi questi, chissà che splendore saranno
quelli nel Borneo!”. Carpe diem.
A Kuching potrete scatenarvi con la macchina fotografica.
Sorseggiando un succo di frutta seduti in uno dei tanti localini
lungo il fiume, vedrete passare i barcaioli che con le loro
caratteristiche imbarcazioni traghettano la gente del luogo da
una sponda all’altra. Ma la cosa bella della città è che si
trova in una posizione unica per molte escursioni nei vicini
parchi nazionali, e qui non si scherza, gli avvistamenti
interessanti sono all’ordine del giorno.
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Il
Bako National Park si raggiunge in un’ora di autobus più
mezzora di barca ed è secondo me il parco più bello tra i molti
che abbiamo visitato. Innanzitutto è lungo il mare, dunque
potrete fare il bagno in una delle tante spiagge incontaminate
mentre le scimmie nasiche vi volteggeranno sopra la testa, poi
potrete dedicarvi al trekking nell’entroterra per avvistare
diverse specie di primati ed una considerevole varietà di piante
carnivore. A tal proposito devo annotare il nostro secondo
rimpianto, ad aver saputo prima la bellezza di questo parco,
invece di tutti quei giorni nel Taman Negara, sarebbe stato
meglio passare più tempo qui.
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Il
Gunung Gading National Park si raggiunge in un paio di ore di
autobus e sin dall'Italia c'era un bel punto interrogativo sul
programma accanto a questa meta: la mia flebile speranza era di
avere la fortuna di vedere in Borneo la mitica rafflesia. Per la
cronaca ce l'abbiamo fatta, ne abbiamo viste addirittura 3.
Ah, non avete la minima idea di cosa stia parlando? Cos’è la
rafflesia? E’ semplicemente il fiore più grande del mondo (la
foto ne ritrae una che deve ancora sbocciare), può raggiungere
anche un diametro di 140 centimetri (fortuna che non è
carnivoro!), ma l’unico problema è che fiorisce solo 4 giorni
all’anno e mai nello stesso posto dell’anno precedente.
Ovviamente le rafflesie non fioriscono tutte assieme negli
stessi 4 giorni, dunque assumendo una guida del parco avrete
buone probabilità che ce ne sia almeno una da vedere (è meglio
comunque fare una telefonata il giorno prima e chiedere
informazioni, per evitare di farsi tutto quel viaggio per
niente).Vi segnalo a Kuching l'hotel Telang Usan (www.telangusan.com),
un posto molto particolare, di proprietà e gestione della tribù
dei Orang Ulu. E' stato l'unico posto del Borneo dove sono
riuscito a farmi servire sottobanco il tuak, il vino di riso
degli indigeni (nella mussulmana Malesia gli alcolici sono
vietati). Spostandosi all’estremità opposta del Borneo, troverete Sandakan,
una lercia cittadina piena di immigrati indonesiani clandestini,
pirati, tagliagole e prostitute e se posso permettermi questo è
l’unico posto in tutta la Malesia dove vi consiglio di non
andare al risparmio con l’hotel (noi siamo stati nel bellissimo
Sabah Hotel
www.sabahhotel.com.my).
Prendete nota maschietti, se la vostra ragazza dopo essere stata
nel lussuoso centro benessere dell’hotel insiste perché andiate
anche voi a farvi un massaggio, ANDATE! Non dico altro...
Nonostante tutto, Sandakan è il posto migliore del Sabah dove
organizzare escursioni, tra cui la più famosa cioè il Sepilok
Rehabilitation Center. Il parco è stato creato per accogliere
temporaneamente orangutan orfani o feriti e riabilitarli per
dare loro la possibilità di essere nuovamente autosufficienti
nella giungla. Due volte al giorno in punti fissi del parco
viene depositato del cibo e ci sono ottime probabilità di vedere
molti orangutan e macachi farsi avanti: attenzione che andare a Sepilok fuori dall’orario dei pasti, vuol dire quasi sicuramente
fare un viaggio per niente.
Da Sandakan potrete inoltre organizzare escursioni in barca
lungo il Sungai Kinabatang e se lo desiderate trascorrere la
notte in un accampamento nella giungla.
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Finalmente in acqua
Sono passate tre settimane e non mi ricordo più per cosa siamo
venuti in Malesia... per comprare un cellulare a poco prezzo?
No, non mi serve ...per assaggiare il disgustoso durian? Fatto,
la polpa del frutto ha l'aspetto di un cervello di scimmia, sa
di ananas marcio e profuma come la colla vinilica... forse siamo
venuti per farci un massaggio? Ah no, ora ricordo, per Sipadan!
Le immersioni!
Due sono le possibilità logistiche per fare immersioni alla
mitica Sipadan: alloggiare sulla terraferma a Semporna e farvi
ogni giorno un’ora di motoscafo, oppure alloggiare sull’isola di
Mabul e farvi 20 minuti di barca. Se avete intenzione di fare
solo una o due immersioni, allora potete risparmiare qualche
soldo e starvene a Semporna, ma se come noi siete degli
irriducibili subacquei sovrasaturi di azoto, che se fanno meno
di 15 immersioni non gli sembra neanche di esserci stati, allora
è a Mabul che dovete andare, vi farete anche 4 immersioni al
giorno e alla fine darete del tu ai pesci. L’isola con i suoi 4
hotel (noi siamo stati allo Smart Resort
www.sipadan-mabul.com.my) è fatta su misura per i subacquei, di
giorno diventa deserta poiché sono tutti sottacqua. Appena
sbarcati abbiamo trovato i nostri nomi già scritti sul
tabellone, prenotati per le 3 immersioni del giorno successivo.
Se per caso un giorno dopo 2 immersioni vi sognate di dire che,
quasi quasi il pomeriggio preferite stare sulla spiaggia a
prendere il sole, la guida subacquea vi guarderà preoccupata,
chiedendovi se state male e se avete bisogno di un dottore.
Visto che il pacchetto soggiorno normalmente comprende
immersioni illimitate, per loro è incomprensibile che voi non
andiate ad immergervi. Dunque mettete la maschera e iniziamo...
Barracuda Point
Prendete qualsiasi libro che parla di barriere coralline e
vedrete citato Barracuda Point a Sipadan. Quando andate in giro
per il mondo, sono sicuro è capitato anche a voi, e vi immergete
in un punto chiamato Manta Point o Shark Point, potete star
sicuri che di mante o squali non ne vedrete neanche uno; sembra
facciano apposta a dare al sito di immersione un nome che non ha
niente a che vedere con cosa si avvisterà poi. In questo caso
però, il nome Barracuda Point calza a pennello, dopo pochi
minuti di immersione siamo stati circondati da centinaia di
barracuda che volteggiavano attorno a noi creando in controluce
spirali ipnotiche. L’avvistamento di grossi pelagici non è
comunque la regola a Sipadan, l’isola infatti è famosa per il
“muck diving”, che tradotto letteralmente vuol dire “immersioni
per avvistare schifezze”. Lo so, suona molto meglio in Inglese,
ma sostanzialmente le abilissime guide scendono in acqua con una
bacchetta tipo direttore d’orchestra o con una lente di
ingrandimento e vi aiutano ad individuare coloratissimi
nudibranchi e microscopici crostacei. Non è il mio caso, ma
penso sia il paradiso della macrofotografia subacquea.
Drop Off
Il drop off è la parete sul lato nord dell’isola, che sprofonda
verticalmente fino a 600 metri di profondità. Tuffarsi dalla
barca e lasciarsi cadere negli abissi (non fino a 600 metri
ovviamente), data l’eccezionale visibilità è un esperienza
vertiginosa, da ottovolante.
Oltre agli esseri minuscoli, l’isola è famosa per le tartarughe
giganti che ne abitano i fondali, solo che dopo le prime due
immersioni non ci farete più caso, cioè quando ad ogni
immersione minimo si avvistano 10 tartarughe, capirete anche voi
che dopo un po’ non fanno più notizia.
Turtule Cave
Questa immersione invece non la conoscevo, ma consiglio a tutti
i non claustrofobici di provarla. Sotto l’isola c’è un fitta
rete di cunicoli, tra cui un ampia caverna conosciuta come il
cimitero delle tartarughe. Il nome è dovuto al fatto che è piena
di scheletri e gusci di tartarughe (il conteggio quando ci siamo
stati noi era arrivato a 56 scheletri); ancora non si è capito
se le tartarughe muoiono lì perché non riescono a trovare la via
di uscita o è una loro libera scelta, si sa però che tutte le
volte che i sub hanno provato a salvarne qualcuna portandola
fuori, questa il giorno dopo rientrava. Hanno trovato gusci
marcati con contrassegni che indicavano origini lontanissime,
anche tartarughe che provenivano dalle
Hawaii. Oltre a questo
spettrale paesaggio, la grotta ci ha permesso di vedere
cucciolate di squali e gli incredibili pesci bioluminescenti,
che erroneamente pensavo abitassero solo gli abissi e che dunque
non mi sarei mai aspettato di vedere un giorno.
L’immersione però non va sottovalutata, si conduce all’inizio
con una bombola aggiuntiva a tracolla, poi a metà percorso la si
abbandona per usarla come riserva al ritorno. Oltre ai
claustrofobici ed agli ansiosi sconsiglio l’immersione anche a
chi normalmente ha problemi di compensazione, infatti l’ingresso
della grotta è a 20 metri, ma poi la penetrazione è tutta in
risalita, dunque dopo 70 minuti (l’immersione è lunga) dovrete
ridiscendere per uscire e se non riuscite a compensare, beh non
c’è altra strada, o vi spaccate i timpani o diventate l’57esimo
scheletro.
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Concludo con un arrivederci, solo che in bahasa si dice in due
maniere diverse a seconda della situazione: in questo caso la
maniera giusta è selamat jalan, che lo dice chi rimane (io
purtroppo) a chi parte. |
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